IL NEMICO

La porta girevole all’entrata lasciò il passo alle sue scarpe lucide, nuove, belle e costose.

La stazione di polizia, per ironia, come solo il destino ne sa distribuire non a caso lungo la vita degli uomini, aveva il pavimento con mattonelle di marmo bianche e nere. Una donna, di quelle alle quali imputano i facili costumi, senza mai additarne le necessità o le costrizioni, attirò subito la sua attenzione con una volgare esclamazione.

” Ehi bel vecchietto! Con la tua eleganza non so se mi farai venire, però ti assicuro che, con quello che spendi per vestirti, io saprei camparci!”

Per tutta risposta, l’uomo dai capelli brizzolati, si fermò e si aggiustò la cravatta sulla camicia di seta. Scosse lievemente il polso e lo portò alla vista, guardò l’ora sul suo orologio d’oro. Prima di avvicinarsi alla scrivinia del poliziotto, il quale gli aveva fatto cenno di avvicianarsi e di lasciar perdere, osservò le belle gambe inguainate di nero della ragazza che, riavviandosi i capelli rossi, le accavallò solo per lui. L’uomo, con un sorriso di quelli che potrebbero essere un invito in altre circostanze, le fece un cenno di saluto con gli occhi, appena scoperti dagli occhiali scuri, da sole.

“Sono qui per il detenuto R.J.F.. Ho il permesso di poterlo vedere. Aspetti che glielo mostro” e si mise una mano nella tasca della giacca.
“Non importa” rispose immediatamente il poliziotto “Sapevamo che sarebbe venuto. Sappiamo chi è lei…”

“Non voglio trattamenti di favore” ribadì B.S., riponendo gli occhiali nel taschino della giacca.
“No, guardi che si sbaglia. A noi lo aveva detto il detunuto. Lei sarebbe, sicuramente, venuto trovarlo.” si precipitò a chiarire il poliziotto. Prese il foglio, lo mise sulla scrivania, si alzò.
“Da questa parte. Mi segua.”

Fisso con lo sguardo al pavimento, il detenuto se ne rimaneva immobile, assorto in un pensiero profondo. Barba e capelli incolti, schiacciati da un capellino a visiare fuori moda, sembrava un animale selvaggio in gabbia, pronto a ribellarsi al destino in ogni momento.

” Ciao, James. Come stai?”
” Non è incredibile? Lo credi anche tu vero?”
” Sì, davvero. Non riesco a spiegarmelo. Questo mondo sta diventando sempre più assurdo.”
“Davvero, Boris! Non è solo incredibile, è assurdo! Non può essere che il cavallo di Karpov abbia fatto tutte quelle mosse e quel giro… Sicuramente, è un complotto…”
“Lascia perdere, James. Non sono qui per gli scacchi.”

“Ma sono tutta la mia vita, Boris. Proprio tu dovresti saperlo.”

Il poliziotto, in disparte, si allontanò alcuni passi ancora, con l’espressione interrogativa di chi osserva una scena indecifrabile. Quei due appartenevano a mondi distanti, inconciliabili. Come sempre in questi casi tirò in ballo le solite baggianate, ‘l’ironia del destino’ o ‘l’amicizia è più forte del…’, per spiegarsi la realtà che gli si mostrava agli occhi increduli e che nulla a loro aveva chiesto.

Il Nemico
R.J. Fischer

“Sono la mia vita, Boris! Quanto male mi hanno fatto, quante lacrime ho dovuto asciugare con rabbia dai miei occhi!
Ma sono come la vista della mia camera di Reykjavík, quale pazzo rinuncierebbe a un indicibile bellezza, per delle insignificanti lacrime che scottano appena sulle gote?
Sai, Boris, non rinuncerei per nessun motivo alla gioia che provai in ospedale, giocando con Tal.”

“Sì, James, questo lo capisco. Anch’io rigiocherei con te, contro tutti i consigli che mi venivano dati. Loro non volevano rispettarti, volevano solo distruggerti.”

“Potevi non farmi diventare Campione. Potevi disdegnare tutti i miei capricci (Boris, tu lo sai, io volevo solo giocare a scacchi) – forse sarei passato alla storia come un codardo.”

“James, io non ti disprezzavo. Tu eri, tu sei il mio miglior Nemico. I nemici non si ditruggono. Si combattono. Io volevo batterti a scacchi. Questo la gente non lo ha capito, non lo capirà. La gente non capisce, James.”

 “Non ti ho mai ringraziato, Boris. Ho pensato a lungo che prima o poi avrei dovuto farlo.”
“Non ce n’era bisogno, mi hai onorato come penso anch’io. Ci sono parole, James, come le promesse, se vuoi veramente sentirle non devi pronunciarle mai.”

Il poliziotto fece un cenno al visitatore. Era forse scaduto il tempo della visita, o magari solo per dire che con sé aveva una scacchiera per i due nemici. Non si conclude un dialogo senza l’onore di aver lealmente lottato.